Tè alla pesca (I racconti di Fabio)

24 Marzo 2008 - In: News dallo Staff

Malachia.

 Quella domenica mattina mi svegliai con un furioso mal di testa.

Trovai appena la forza di girarmi su me stesso, trascinandomi le braccia che volevano dormire ancora, come un tamburello giapponese.

Guardai la sveglia tra le ciglia incollate.

Le undici.

Non mi ricordavo della sera prima, di chi avessi visto, a che ora fossi tornato. Probabilmente ero stato tutta la notte con Alessio, al bar sulla spiaggia. O in piazza, da Alfredo. Comunque, a giudicare dai sintomi da risveglio dolente, dovevo aver bevuto molto. E fumato parecchio.

La testa era pesantissima, le palpebre erano pesantissime, le braccia due macigni. Mi fischiavano le orecchie. Avevo la bocca impastata, e un formicolio insistente alla lingua.

In questo stato, m’arrischiavo in un pericolosissimo gioco di equilibrismo sull’asse tra veglia e sonno. Quando ondeggiando mi sporgevo di qua, sentivo forte l’odore dell’afa estiva di quel giorno non ancora a cottura completa. Di là, mi arrivavano frammenti allucinati di sere forse passate, forse inventate. Impossibile distinguere, in quelle condizioni.

Sentivo echi di voci familiari eppure sconosciute, che sfumavano in sorrisi, occhi, mani che avrebbero dovuto sembrarmi vicine, eppure non le distinguevo. Tanto più che avevo appena la forza di subire, di resistere a quella tempesta incontrollata di sensazioni inutili, inspiegabili… impossibile anche pensare di reagire, giustificare, star lì a cercare di capire.

In un respiro, la sbornia mi concesse un attimo di tregua.

Ridiedi un’occhiata alla sveglia, che non s’era mossa dal mio muso, per fortuna.

Le undici e venti.

Mi sferrai un ultimo disperato attacco. Cercai di rotolarmi fino al bordo del letto. M’ero convinto che avrei dovuto cadere dal letto, per uscire da quell'empasse lisergica. O meglio, non volevo proprio cadere, sarebbe bastato minacciarmi, volevo solo spaventarmi. Forse mi sarei ingannato, sull’orlo del materasso, e l’adrenalina m’avrebbe ridestato d’un colpo. Dunque diamoci da fare.

Un giro.

E vai.

Due.

Piano…

Tre.

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