Swing
31
Mar
2008

Scesi le scale mobili di corsa, le gambe piegate per abbassarmi il baricentro.

Spallai due vecchiette e una turista, senza voltarmi, suddividendo talvolta il passo per non perdere il tempo.

L'ultimo salto finì davanti alla porta scorrevole della metropolitana, che starnutì prima di ripartire.

Inarcai la schiena mordendomi nelle labbra un vaffanculo. Mentre andavo e venivo equilibrista sulla linea gialla, aspettando il treno successivo, tamburellavo nervoso un up-tempo sulla custodia, con la mano destra. L'altra snappava di nascosto in levare. I pensieri cominciarono a swingare sulle melodie che avrei improvvisato più tardi.

Porcaputtà

nalappuntamento tu dah-dah

erallesettemenunquarto tu dah

chisamò checcà zzod'o resò no

mi  fasol    refà     soldo  resol do

Poi la galleria mi alitò calda l'arrivo del treno. Evitai la ressa, per non farmi prendere dall'ansia. Come per  convincermi di non andare maledettamente di fretta. Tanto più che c'era posto. Poggiai la custodia sulle ginocchia, le mani incrociate alla custodia, il mento alle mani. E mi dondolavo, a tempo con il treno. E già. In treno deve essere nato il ragtime.

tu tum tu tù.         tu tum tu tù.        tu tum tu tù.

Questo sì che swinga alla grande.

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Tè alla pesca
24
Mar
2008

Malachia.


 Quella domenica mattina mi svegliai con un furioso mal di testa.


Trovai appena la forza di girarmi su me stesso, trascinandomi le braccia che volevano dormire ancora, come un tamburello giapponese.


Guardai la sveglia tra le ciglia incollate.


Le undici.


Non mi ricordavo della sera prima, di chi avessi visto, a che ora fossi tornato. Probabilmente ero stato tutta la notte con Alessio, al bar sulla spiaggia. O in piazza, da Alfredo. Comunque, a giudicare dai sintomi da risveglio dolente, dovevo aver bevuto molto. E fumato parecchio.


La testa era pesantissima, le palpebre erano pesantissime, le braccia due macigni. Mi fischiavano le orecchie. Avevo la bocca impastata, e un formicolio insistente alla lingua.


In questo stato, m’arrischiavo in un pericolosissimo gioco di equilibrismo sull’asse tra veglia e sonno. Quando ondeggiando mi sporgevo di qua, sentivo forte l’odore dell’afa estiva di quel giorno non ancora a cottura completa. Di là, mi arrivavano frammenti allucinati di sere forse passate, forse inventate. Impossibile distinguere, in quelle condizioni.


Sentivo echi di voci familiari eppure sconosciute, che sfumavano in sorrisi, occhi, mani che avrebbero dovuto sembrarmi vicine, eppure non le distinguevo. Tanto più che avevo appena la forza di subire, di resistere a quella tempesta incontrollata di sensazioni inutili, inspiegabili… impossibile anche pensare di reagire, giustificare, star lì a cercare di capire.


In un respiro, la sbornia mi concesse un attimo di tregua.


Ridiedi un’occhiata alla sveglia, che non s’era mossa dal mio muso, per fortuna.


Le undici e venti.


Mi sferrai un ultimo disperato attacco. Cercai di rotolarmi fino al bordo del letto. M’ero convinto che avrei dovuto cadere dal letto, per uscire da quell'empasse lisergica. O meglio, non volevo proprio cadere, sarebbe bastato minacciarmi, volevo solo spaventarmi. Forse mi sarei ingannato, sull’orlo del materasso, e l’adrenalina m’avrebbe ridestato d’un colpo. Dunque diamoci da fare.


Un giro.



E vai.


Due.



Piano…


Tre.


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Rose, orchidee e tulipani
questione d'articolo
10
Mar
2008

Racconto sull’amore in quattro pensieri e un dialogo.

 Rose 
E’ la prima volta in un anno che mi sento così nervosa. Non so perché… forse hanno ragione loro, sono troppo sensibile… ma sento che qualcosa non va.
Eppure dovrei essere felice.
La Famiglia sta funzionando, non c’entra… se m’avessero detto, tre anni fa, che oggi mi sarei trovata qui a preparare la cena del nostro secondo anniversario, non so se avrei riso o mi sarei incazzata… il bello è che, fosse per la cena, andrebbe tutto così bene.
Calma.
E’ agitazione, semplice agitazione.
Come se non sapessi che a volte basta una luce meno brillante, uno sguardo d’un passante, un accordo, un passaggio di violini, a darmi questo senso d’inquietudine. Poi mi scordo dei violini e mi resta l’agitazione… e mi rovino la giornata.
Ma no, stavolta non’è ansia… non quell’ansia… e poi non posso rovinarmi questa giornata.
Respira, Angela. Respira.

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Bolle
03
Mar
2008

Ero nel parco, in uno di quei pomeriggi d'estate vissuti nell'attesa di partire per il mare.

Avevo corso i viali per ore, cercando invano di calpestare le macchie di sole che damascavano l'asfalto passando tra i rami e le foglie. Ci piombavo sopra all'improvviso, come per sorprenderle, ma quelle, coi riflessi pronti come solo luci ed ombre sanno avere, continuavano a sfuggire, e irriverenti mi saltavano sulle scarpe. Accettavo di buon grado la sconfitta che puntualmente mi infliggevano, ad ogni sfida che intentavo alla loro rapidità; alla fine era più importante che si ripetesse il prodigio della loro inafferrabilità, e quasi quasi se fossi riuscito a bloccarli, quei riccioli di sole mossi dal vento, ci sarei rimasto pure male. Poi il vento si fermò, non prima di aver portato una nuvoletta lieve nei paraggi, che come la mamma che sul più bello ti toglie i giocattoli e ti manda a nanna, fece sparire i disegni dorati dal selciato, e col fresco, mi consigliò di fermarmi, ché ero tutto sudato.

Con calma, mi sedetti ai piedi di un albero. Aspettai che il mio respiro e il battito cardiaco, accelerati dallo sforzo dei salti e dall'eccitazione dovuta al gioco, tornassero regolari, prima di passare al gioco successivo...


 
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